Viaggio tra i vitigni altoatesini: LA SCHIAVA

Presente in Alto Adige da più di 500 anni, coltivata sull’11% della complessiva superficie vitivinicola del territorio, il suo nome in realtà contiene diverse sfumature.

Perché la SCHIAVA (Vernatsch in tedesco) in realtà comprende un gruppo di vitigni a bacca nera diffuso anche in Trentino, Verona, Bergamo, Brescia e Como.

Iniziamo dal significato

Tutte derivanti dall’area geografica della Slavonia, nella Croazia orientale, le schiave sarebbero giunte a noi ad opera di Unni e Longobardi e forse il nome stesso, “schiava”, deriverebbe da slava proprio in virtù della provenienza da paesi di lingua slava. Ma non dimentichiamo che i trattati medievali del 1200 riportano una coltura a “sclave” per indicare le viti coltivate basse e legate, o a un palo o a un albero da frutto. Pertanto “schiave” in quante “legate”.

Ecco che “le schiave” andrebbero distinte tra la Schiava nera coltivata in Lombardia, specialmente nella zona del Garda; e le Schiave diffuse in Veneto ma specialmente in Trentino e in Alto Adige che si differenziano a loro volta in:

  • schiava gentile. Detta anche “schiava piccola” o “media”, ha foglia medio-grande, tondeggiante, dal grappolo di grandezza media e con acino medio e buccia tenera di colore blu-violetto. Il vino che ne deriva presenta buona trasparenza e un colore rosso rubino acceso; il profumo è intenso e fruttato, con discreta morbidezza e un tannino poco percettibile.
  • schiava grigia. Dalla foglia media, il suo grappolo è medio al pari dei suoi acini, di colore blu-violetto. È quella più rustica e nel contempo quella che si adatta meglio a qualsiasi tipo di terreno.
  • schiava grossa. Detta anche “schiavone” o “uva meranese” o Trollinger in tedesco, presenta foglia, grappolo e acini grandi, con produttività abbondante e costante.

Di fronte a estati asciutte e non troppo calde, insieme a una raccolta delle uve in piena maturazione al fine di evitare eventuali insorgenze di sostanze amare durante la vinificazione, questi tre biotipi possono produrre veramente ottimi vini.

Le uve coltivate nella zona del Lago di Caldaro restituiscono vini di grande morbidezza; più pieni quelli della collina di Santa Maddalena, più speziati quelli del resto della Provincia di Bolzano e della zona di Merano (corrispondenti alle DOC Lago di Caldaro Kalterersee, Santa Maddalena St. Magdalener, Schiava Alto Adige Vernatsch, Meranese e Colli di Bolzano).

E la letteratura che cosa ci racconta a proposito di queste sfaccettature?

Mario Soldati, nel suo sfolgorante viaggio narrato in Vino al vino, pubblicato nel 1977, riserva un grande spazio alle Vernacce, da quelle sarde di Baràtili San Pietro e Oristano a quella di San Gimignano, e poi Vernazza, nelle Cinque Terre, per approdare con sicuro piglio filologico al Vernatsch dell’Alto Adige e quindi di rimando alla Schiava: “L’uva Schiava. In tedesco si chiama Vernatsch. Non ha niente, se non la radice linguistica, in comune con la nostra Vernaccia. Nella zona di Caldaro dà un vino più leggero, pronto alla beva, buono da giovane, chiaro; nella zona di Santa Magdalena si fa il St. Magdalener che è un vino più di corpo, e il più pregiato. Santa Magdalena è una collina, un mammellone che chiude a nord la conca di Bolzano, là dove finisce la valle dell’Isarco: i vigneti rivestono l’intera collina, e guardano tutti a mezzogiorno”.

E allora perché chiamiamo Vernaccia quella di Oristano al pari dei tedeschi che chiamano Vernatsch il corrispettivo della Schiava altoatesina?

Fonti storiche attestano che nel 1370 Carlo IV a Praga aveva consentito l’importazione di una serie di vini costosi oltre alla già conosciuta “Vernatschia”. A fine ‘400 un monastero della Germania meridionale definisce “vernetzer” ovvero “reticolante” il migliore vitigno altoatestino.

Nel 1600 si menzionano la Schiava e il Trollinger, e a metà dello stesso secolo si compiono distinzioni tra vernaccia nobile, nera e schiava.

E nell’età moderna? Vernatscher si definisce un’imitazione altoatesina di un vino dolce bresciano composto principalmente di uve a bacca bianca.

La varietà di Vernaccia bianca o Weißvernatsch era conosciuta in Alto Adige a sud di Bolzano fin dall’’800. Somiglianze etimologiche si riscontrano con Vernaccia (vino bianco originario della Liguria, della Toscana e della Sardegna), Vernazza da “verna” ovvero “schiavo nato in casa del padrone” e Vernacula ovvero “varietà autoctona”.

E la Schiava? Beh, dall’XI secolo atti notarili sotto il dominio longobardo parlano di un certo “vineis sclavis”, prima a Brescia e poi più generalmente nel lombardo-veneto. L’etimo riporterebbe a “schiavo”, a slavo da Slavonia e a Gschlafene (varietà altoatesina a bassa acidità menzionata dal 1320).

Infine Trollinger, termine in uso dal Medioevo nei paesi di lingua tedesca a nord delle Alpi fino al Palatinato per i vini del Tirolo. Guardiamo bene la parola: Trollinger deriva da Tirolinger in quanto proveniente dal Tirolo meridionale.

Il nome è usato dal Medioevo nei paesi di lingua tedesca a nord delle Alpi al Palatinato per i vini del Tirolo; fonti attestano coltivazioni nel Württemberg dal XVI o XVII secolo. Il suo radicamento nella regione del Württemberg è confermata dal fatto che Trollinger è sinonimo di Viertel – cioè quartino – proprio nell’area del sud della Germania, un po’ come il nostro gottino di area toscana o l’ombra de vin veneta.

Per concludere…

Viaggiare nei nomi significa viaggiare nella storia e mai come con i vini possiamo concederci il lusso di ritrovare parentele lontane che affondano le radici nella storia più remota.

La storia dei nomi è la storia dell’uomo: viti, tralci, acini e vino ci raccontano una stessa origine, anche se spesso lo fanno adoperando nomenclature diverse. E allora quella “Vernaccia” italiana che nel 1500 diventa addirittura simbolo di vino in generale (pensate, nel Paese di Cuccagna le vigne sono legate con salsicce, producono senza lavoro enormi quantità di uva e fiumi di Vernaccia attraversano i Paesi del Bengodi) si “lega” alla storia della Vernaccia lombarda o alla Vernatsch altoatesina. E si lega alla Schiava, alle Schiave, e anche a quel quartino – o perché no gottino – che in un solo bicchiere appiana tutte le differenze e ci fa apprezzare un ottimo bicchiere di vino!

Temperatura di servizio e consigli di abbinamento

12-14°C | taglieri di salumi e formaggi, piatti tradizionali altoatesini, primi piatti di discreta struttura (un risotto ai formaggi o un primo di mare), zuppe, secondi di carne mediamente speziati.

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Author: chiaracaprettini

Scrittrice e foodblogger di Torino, appassionata di culture nordiche antiche. Nordfoodovestest è il foodblog dei piccoli produttori e della cucina letteraria

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